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Battisti Ortensio

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Battisti Ortensio
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BATTISTIOrtensio Battisti nacque a Frosinone verosimilmente tra il 1515 e il 1520 da cospicua famiglia, la quale possedeva notevoli proprietà soprattutto a Castelmassimo di Veroli, come si evince dagli atti notarili del 1500 e del 1600 di Frosinone e dagli atti dell’archivio Campanari di Veroli; a Frosinone poi nel Vico Sabellico sorgeva il palazzo cinquecentesco di Ennio Battisti (1). Tali beni fondiari rimasero in proprietà della famiglia Battisti fin verso la metà del 1700, quando nel 1739 ci fu la cessione dell’ultima quota della tenuta di Castelmassimo da parte di Bernardo Battisti a Francesco Maria Senior Campanari (2). Tra la famiglia di Battisti e quella dei Campanari ci doveva essere stato un rapporto di amicizia e di interessi, se nel 1778 Andrea Felice Campanari sposa Giulia Battisti di Frosinone da cui nacquero ben otto figli. Non sappiamo dove Ortensio Battisti abbia avuto la sua formazione religiosa e culturale, ma possiamo pensare nella natia Frosinone nell’ambito della famiglia e poi a Veroli presso la scuola episcopale, anche se ancora non c’era il seminario diocesano, che sarà istituito qualche anno dopo la sua morte dal successore il Vescovo Girolamo Asteo (1608-1626) secondo le disposizioni del concilio tridentino (1545-1563) (3). Comunque a Veroli c’erano ottimi maestri, quali per esempio Giovanni Sulpicio con la sua scuola, per la quale compilò il primo nucleo di grammatica che sviluppò successivamente durante il suo magistero all’università di Perugia e quindi a Roma (4). Possiamo supporre che abbia completato i suoi studi a Roma con la laurea in Teologia o in Utroque iure, se viene definito “esimio teologo” (5). Infatti nella Hierarchia Catholica viene presentato senz’altro come presbyter verulanus e doctor theologiae (6). Dalla lettura dell’unica opera in nostro possesso, di cui si parlerà in seguito, emerge che il Battisti aveva una cultura di notevole spessore, così pure dalla sua azione pastorale tendente ad applicare le norme del concilio tridentino, appare chiaramente la sua preparazione teologica unita all’interesse per la cura pastorale. Nel 1564 Aurelio Tibaldeschi, Vescovo di Ferentino conferisce ad Ortenzio Battisti di Frosinone un canonicato della cattedrale e un beneficio della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Ferentino, rimasti vacanti per la rinuncia del precedente investito Pomponio Tibaldeschi di Norcia (7). Il Nostro doveva avere vasti interessi e notevoli conoscenze. Lo troviamo arciprete della chiesa di Frascati e quindi canonico della cattedrale di Veroli. Il 28 novembre 1567 il Papa Pio V lo nominò vescovo di Veroli (8). Divenuto Vescovo scelse come arma San Giovanni Battista: lo scudo ovale mitrato con le infule. Nel campo c’è san Giovanni Battista con la melote, scalzo che si appoggia ad un bastone formante una croce, così si evince da un timbro sul Registro di fabbrica del 1583-85. Nel contorno c’è la legenda: Hortensius Baptista Episcopus Verolanus. Durante il suo episcopato, che durò ben 27 anni, si distinse per la sua sollecitudine pastorale, per l’osservanza delle leggi canoniche stabilite dal recente concilio tridentino e per la sua sensibilità verso i poveri i malati e i bisognosi. Infatti nei primi anni del suo magistero, secondo gli ordini ricevuti da Roma, dà precise disposizioni a che si diano aiuti concreti ai poveri e ai bisognosi (9). In un documento del 21 agosto 1568 troviamo che Ortensio Battisti di Veroli dà decreto di conferma al trasferimento del sepolcro di Tommaso Campanari, come già approvato da Pietro Campanus, vicario del predecessore (10), il Vescovo di Veroli Benedetto III Salino di Fermo, il quale aveva partecipato alle sessioni degli ultimi tre anni del Concilio di Trento e celebrato il primo sinodo in Diocesi (11). Questi per primo ebbe l’idea di un monastero benedettino femminile, anche se poi Ortensio ne curò tutto l’iter e la realizzazione. Troviamo il Vescovo Ortensio in due fatti famosi che hanno segnato il suo episcopato, la città di Veroli e la sua Diocesi: il miracolo eucaristico del 1570 e la fondazione del monastero benedettino di Santa Maria dei Franconi. Ma vediamo cosa era accaduto: il 26 marzo 1570 dopo il vespro pasquale nella cappella di San Gregorio della Chiesa collegiata di Sant’Erasmo a Veroli venne esposto il Santissimo per l’adorazione delle Quaranta Ore racchiuso, secondo la liturgia dell’epoca, in una teca d’argento contenuta in un calice ricoperto da un velo, sebbene il Concilio di Colonia avesse disposto che il Sacramento fosse contenuto in una teca di vetro con i raggi e la croce. L’ostensorio non era ancora entrato nell’uso. Così il parroco don Angelo De Angelis dopo i Vespri aveva esposto il Santissimo. I soci delle varie confraternite vestite di sacco nero con cappuccio si avvicendavano nell’adorazione del Santissimo esposto. I confratelli della Misericordia o della Buona Morte, che precedevano quelli del Corpus Domini e quelli della Madonna si accingevano a pregare con la recita di salmi ed inni. Ad un certo punto il velo, la teca ed il calice diventarono trasparenti come il cristallo. Verso le ore 20 il neofita Jacopo Campanaro dubitò della presenza reale di Gesù nell’Eucarestia. Fissando lo sguardo nell’Ostia vide Gesù in forma di Bambino, un po’ triste come se avesse voluto rimproverare il neofita per la sua poca fede. Il Campanaro confuso abbassò la testa e poi la rialzò. Vide una stella che diffondeva la sua luce su tutto l’altare. Tutti i presenti ebbero la possibilità di vedere lo straordinario prodigio. Accorse anche il Vescovo Battisti con una gran folla di gente. Infatti la notizia dell’evento miracoloso si era subito diffusa nei paesi limitrofi. Il giorno successivo alla medesima ora di nuovo il miracolo: apparve la stella, poi tre Ostie, quindi tre Bambini, infine rimase visibile l’Ostia con il Bambino. Seguirono altre trasformazioni. Finite le Quaranta Ore, il Santissimo non fu riposto nel tabernacolo, ma fu lasciato esposto. Si verificarono diverse guarigioni di cittadini verolani e forestieri accorsi alla notizia del miracolo.Dopo dieci giorni di adorazione, l’Ostia non fu consumata, ma fu lasciata dentro la teca chiusa, sigillata e riposta nel tabernacolo. Il Vescovo Battisti istituì immediatamente il processo canonico, raccogliendo le testimonianze del fatto miracoloso e delle guarigioni. Il manoscritto del processo canonico del 27 aprile 1570, fatto da mons. Battisti fu messo nell’archivio della Curia, da questo il 14 marzo 1574 fu fatta una copia dal notaio Giovanni Antonio Rossi e conservato nell’archivio Campanari, un altro presso l’archivio della famiglia Franchi ed una terzo nella Chiesa collegiata di San’Erasmo (12). Come abbiamo notato, il Battisti fu molto sollecito nei suoi doveri pastorali; lo stesso stile possiamo coglierlo nelle visite pastorali; purtroppo di queste è rimasto poco o niente. Abbiamo nell’archivio della Curia un codice del 1600 con la trascrizione sintetica delle visite pastorali relative agli anni 1581-82. Praticamente in due anni sono state fatte visite pastorali ai luoghi pii di Veroli e della campagna (perfino nella Chiesa S. Iacobi in Motela cioè San Giacomo) da due visitatori: da Giulio Torelli o Laurelli segretario del Battisti e da Mons. De Grassis. Nel 1581-82 Laurelli ha visitato 17 luoghi pii di Veroli; nello stesso tempo il Vescovo Mons. De Grassis ha visitato sempre a Veroli ben 53 luoghi pii (13).A Veroli nella piazza di Santa Maria de’ Franconi è situato il monastero delle benedettine. Per chi guarda l’ingresso al detto monastero, a sinistra, in alto sull’architrave di una finestra c’è incisa la seguente iscrizione:

“MONAST (erium) EX PUB (lico) VOTO ERECT (um)

HORT (ensius) BAPT (isti) EPISC (opus) C (onsecravit) „.

Cioè: “Il Vescovo Ortensio Battisti consacrò il monastero eretto per pubblico voto”.

Nel parlatorio dello stesso monastero sull’architrave della grata c’è un’altra iscrizione che nomina il Nostro:

“MONIAL (ium) AED (es) AERE P (ublico) D (eliberatione)

C (onsilii) S (eniorum) ET NOB (ilium)

C (ivitatis) LIBERAL (itate) C (onstructas) HORT (ensius)

BAPT (isti) EPISC (opus) C (onsecravit)”.

“Il Vescovo Ortensio Battisti consacrò l’edificio delle monache costruito generosamente con denaro pubblico per deliberazione del consiglio dei seniori e dei nobili della città”.Sull’architrave della ruota nell’anticamera del detto monastero c’è una data M. D. LXXXIII (14).“La permanenza di una comunità di monache benedettine presso la chiesa di San Martino durò poco più di tre secoli. Nel 1499 ridotte a tre le religiose furono trasferite nella casa attigua alla Chiesa di Sant’Ippolito che apparteneva al capitolo della cattedrale ed il monastero fu occupato dai frati minori” (15). “Con tre sole monache passate a miglior vita presso la chiesetta di Sant’Ippolito si chiuse il primo ciclo di una comunità di figlie di San Benedetto in Veroli. Con tre monache, tre piccoli semi, dopo un secolo nell’anno 1577 accestì per una novella fioritura la comunità presso l’attuale sede di Santa Maria dei Franconi. La Provvidenza si servì del Vescovo Ortensio Battisti, ma non si sa se più per iniziativa dello stesso Vescovo... o di un gruppo di cittadini verolani desiderosi di dare lustro alla città” (16). Tra le prime monache, che fecero la professione religiosa alla presenza di Mons. Ill.mo Ortensio Battisti di Frosinone, c’è anche la neoprofessa Cecilia Battisti di Frosinone, forse nipote dello stesso Vesovo. Ma quali sono le fasi della costruzione del monastero? “In base... alle indagine si è potuto tracciare un primo quadro attendibile della nascita del monastero:

  1. Nel 1561 la cittadinanza deliberò solennemente di mettere a disposizione alcuni possedimenti comunali, affinché fosse fondato un cenobio femminile a Veroli.
  2. Nel 1577, secondo il manoscritto “Professioni e doti del nostro monastero”, si costituì la comunità con cinque religiose fondatrici già appartenenti al chiostro della SS. Annunziata di Alatri.
  3. Il dieci agosto 1578 dopo un infelice tentativo d’insediare le monache presso la chiesa urbana di Sant’Angelo, luogo inadatto, il Vescovo Ortensio Battisti stipulò un accordo con un gruppo di quindici magistrati locali, disposti a finanziare con trecento scudi, la costruzione di un edificio monastico attiguo alla chiesa di Santa Maria dei Franconi.
  4. Il nove luglio 1580, il Vescovo Battisti eresse giuridicamente il monastero di Santa Maria dei Franconi, rimanendo attribuiti alle benedettine gli immobili circostanti l’omonima chiesa, secondo la già ricordata cessione da parte dei canonici.
  5. Infine nel 1581 come attesta il visitatore apostolico Annibale de Grassis, erano iniziati i lavori di edificazione del monastero.

“Assistenza di Pellegrino Pellegrini per edificare il nuovo monastero delle monache di Veroli detto di Santa Maria de’ Franconi”...

I registri e l’intera documentazione provengono dall’archivio dell’antica casa Pellegrini di Veroli, sita in Piazza Palestrina e passata in proprietà della famiglia Mazzoli all’inizio dell’Ottocento” (17).

Il primo registro (1583-85) di cinquantaquattro fogli numerati ha il titolo: “Libro della fabrica del monestero de Vergini Moniali fatto in Veroli de ordine de Monsignor Reverendissimo del signor Hortensio Battisti vescovo de detta città”.

Il secondo registro (1592-94) di quattordici fogli numerati reca il titolo: “Libro della spesa fatta per la fabbrica del novo dormitorio de Vergini Moniali de ordine dell’illustre e reverendissimo Mons. Hortensio Battista vescovo di Veroli” (18).

Del vescovo Battisti furono celebrate “le sue numerose opere in latino quasi tutte letterarie, e magnificati i suoi volumi di filosofia e teologia” (19), di cui ci resta solamente un libro in latino dal titolo “De rerum universitate divinae institutiones”.

All’inizio del volume c’è una dedica al cardinale Edoardo Farnese, parente di Paolo III con la data del 1° aprile 1594. Nel frattempo, durante l’estate, in seguito alla morte di Ortensio Battisti, il nipote Giovanni Battista Pelusius (Pelosi), il 1° settembre dello stesso anno aggiunse una seconda dedica allo stesso cardinale. Il volume comprende 13 libri e precisamente:

1° libro: De divina essentia cc. 1-26 (pp. 1-33).

2° libro: De divina Providentia cc. 1-24 (pp. 34-70).

3° libro: De Trinitate cc. 1-16 (pp. 71-91).

4° libro: De angelis cc. 1-24 (pp. 92-116).

5° libro: De mundo cc. 1-20 (pp. 117-143).

6° libro: De coelo cc. 1-44 (pp. 144-203).

7° libro: De aere et volatilibus cc. 1-5 (pp. 204-220).

8° libro: De aqua cc. 1-6 (pp. 221-237).

9° libro: De terra figura et magnitudine cc. 1-12 (pp. 238-310).

10° libro: De corpore humano cc. 1-47 (pp. 311-348).

11° libro: De anima vegetativa cc. 1-22 (pp. 349-383).

12° libro: De anima sensitiva cc. 1-18 (pp. 384-407).

13° libro: De anima rationali cc. 1-21 (pp. 408-441).

Come si ricava dal titolo del trattato e da quello dei singoli libri, si tratta di un’opera di carattere generale scritta in un latino abbastanza elegante (20).

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