
Amedeo Maiuri nacque a Veroli (Frosinone), ove il padre era procuratore, il 7 gennaio 1886 da Giuseppe ed Elena Parsi. Compì gli studi ginnasiali ad Alatri presso il Ginnasio-Liceo “C. Gentili”, sotto la direzione degli scolopi e successivamente dopo uno studio privato intenso a Ceprano, paese paterno, in seguito a regolare esame, dichiarato idoneo, fu ammesso a frequentare il Liceo Visconti di Roma. Durante il corso liceale mostrò particolare attitudine per le materie umanistiche, ma un certa debolezza per la matematica e la fisica. Superato brillantemente l’esame di licenza liceale, si iscrisse alla facoltà di lettere nell’università di Roma a Sant’Ivo alla Sapienza. Frequentò le lezioni dei professori di quella università, celebri per i loro studi e scoperte: Nicola Festa, Letteratura greca e bizantina, che per primo tradusse i carmi di Bacchilide, contenuti nei due rotoli di papiro di Ossirinco; Gaetano De Sanctis, Storia greca; Barzellotti, Storia della filosofia; Venturi, Storia dell’arte; De Gubernati, Letteratura italiana e poi Beloch, Romagnoli, Luigi Ceci che, “piantato colle gambe tozze, il collo taurino, il viso aperto, la voce tonante e la risata fragorosa, sembrava esprimere l’italica rudezza della nativa Alatri”; e ancora il roveretano Federico Halbherr, Epigrafia ed antichità greche, circondato dalla fama di scavatore di Creta e di scopritore della grande iscrizione di Gortina. Ebbe come compagni anche studenti che poi sarebbero diventati famosi nel campo della filologia, ad esempio, Giorgio Pasquali “con gli occhi bovini sotto le grosse lenti da miope” e Giorgio Levi della Vida. Alla scuola di tali docenti, fior fiore della cultura classica e a contatto con alunni che coltivavano la sua stessa passione, il giovane universitario approfondiva i suoi interessi umanistici e si plasmava quella “forma mentis” tipica del grande archeologo. Ebbe la tesi da Nicola Festa in Letteratura bizantina sul poeta Teodoro Prodromo per cui dovette consultare codici bizantini alla biblioteca Ambrosiana e Marciana. All’Ambrosiana era prefetto della biblioteca, Achille Ratti (il futuro Pio XI), che, di buon mattino, gli portava il codice di Prodromo. Dietro consiglio dell’Halbherr partecipò ad un concorso e vinse un posto per la scuola archeologica di Roma e d’Atene. Da questo momento inizia l’esperienza archeologica di Maiuri nei santuari più esclusivi del mondo classico: Atene, Olimpia, Epidauro, Delfi, Creta ove ritrovò il suo professore Halbherr, intento agli scavi. Ma tale missione comportava anche sacrifici non piccoli, perché quasi sempre doveva operare in luoghi impervi, di difficile accesso. Maiuri che confessava di essere più un epigrafista che un archeologo affrontò gli esami di concorso dei musei e degli scavi, vincendo il posto di ispettore al Museo Nazionale di Napoli e prese dimora nel quartiere della Sanità, nel quale la gente, conosciutolo, gli diede subito il titolo di “Eccellenza”. Nonostante i suoi molteplici impegni era molto legato ai parenti ed alla sua famiglia come mi riferiva Don Andrea Sarra di Ceprano, professore di religione a Veroli nel Liceo scientifico “G. Sulpicio”, la cui madre era cugina di Maiuri. In seguito alla guerra Italo-turca (1911) Rodi e le isole del Dodecaneso furono occupate dall’Italia. Si ritenne opportuno istituire una missione archeologica stabile a Rodi. Il prof. Halbherr, consulente del Ministero competente, chiamò il Nostro e lo sollecitò ad assumere la direzione di quella missione. Così nel febbraio del 1914 dopo una prima esperienza a Creta, solcava le acque dell’Egeo per cominciare la sua avventura di archeologo a Rodi e nel Dodecaneso fino al 1924 con un programma ben preciso: 1) Restauro e istituzione di un museo nell’Ospedale dei Cavalieri Giovanniti dai Turchi trasformato in caserma. 2) Esplorazione dei centri archeologici di Rodi; 3) Restauro di tutti i monumenti medioevali con Chiese, palazzi, fortezze, case ecc. Si può dire che a Rodi iniziò il suo lavoro che fece, giorno per giorno, con entusiasmo, quasi in una dimensione epica e con grandi sacrifici anche personali. Attraversò l’isola in lungo e in largo, con varie puntate anche nelle isole minori, a piedi, a dorso di mulo o di qualche ronzino o su qualche carretta sgangherata, servendosi di manodopera locale, alla ricerca di reperti d’epoca preellenica, classica, bizantina, salvando e restaurando strutture, edifici risalenti al periodo dei Cavalieri Giovanniti. Non ci fu angolo di Rodi, nel quale non investigò attirandosi anche la simpatia della gente col suo carattere affabile, gioviale, aperto, che capisce e si adatta all’interlocutore, carattere tipico del ciociaro. Frutto di questo immane lavoro fu l’istituzione di un museo a Rodi nell’ex Ospedale dei Cavalieri di San Giovanni, nel quale sistemò tutti i reperti ritrovati e pazientemente catalogati. Tornato a Napoli divenne direttore del Museo Nazionale. Fu anche libero docente di Archeologia e Storia dell’arte nonché di antichità greco-romane nella stessa università. Con un impegno infaticabile si recava in Italia e all’estero a tenere conferenze e a partecipare a convegni, ai quali dava il suo ricco contributo sempre esclusivo e qualificante. Come sovrintendente della Campania diresse altri scavi ad Ercolano, Pompei, Cuma, Velia, Paestum e Capri. Famosa è la scoperta della grotta della Sibilla a Cuma, con la quale fu possibile spiegare i misteriosi versi virgiliani relativi ai responsi della sacerdotessa di Apollo descritti nel libro VI dell’Eneide. Suscitò scalpore nel mondo anche la scoperta della Villa dei Misteri. In tutte le sue scoperte faceva relazioni, a mo’ di cronaca, informandone il pubblico con uno stile fluido, avvincente, con un’analisi che nulla tralascia, ma tutto investiga, con un linguaggio tecnico sempre appropriato e con un soffio di poesia che coinvolge il lettore il quale ha l’impressione di essere condotto per mano e di assistere di persona agli scavi. Tali sensazioni si hanno quando si legge una delle sue opere più belle e varie “Passeggiate campane” (Milano 1938). Ci ha lasciato decine e decine di articoli di giornali e circa 150 lavori di ampio respiro di cui citiamo i più importanti: “Silloge Epigrafica di Rodi e Cos” (Firenze 1921); “Scavi di Jalysos” (Bergamo 1926); “Pompei” (Novara 1928); “Clara Rhodos” (Bergamo 1938-32) in 12 volumi; “La Villa dei Misteri” (Roma 1930); “La casa di Menandro e il suo tesoro di argenteria” (Roma 1933); “Dal sepolcro di Virgilio all’Antro di Cuma 1933); “Ercolano” (Roma 1936); “Passeggiate Campane” (Milano 1938); “La cena di Trimalcione di Petronio Arbitro” (Napoli 1945). Ha avuto molti attestati di riconoscenza in Italia e all’estero: Accademico d’Italia e Comm. Della Corona d’Italia, Socio dell’Accademia dei Lincei, dell’Accademia Pontaniana di Napoli e dell’Accademia Pontificia di archeologia di Roma ecc. Per quanto riguarda la città di Frosinone una scuola elementare è intitolata ad Amedeo Maiuri. Si ricorda anche che nei pressi della stazione ferroviaria la famiglia Maiuri possedeva una casa nella quale verosimilmente ha dimorato anche il Nostro per qualche tempo. A Veroli che ha dato i natali a Maiuri gli è stata intitolata una strada, inoltre nella casa ove è nato è stata posta una lapide sulla porta d’ingresso che recita: “In questa casa ebbe i natali / l’archeologo Amedeo Maiuri / Veroli 7 gennaio 1886 / Napoli 7 aprile 1963 / il Circolo Archeologico Romano”. Mi sia permesso terminare il presente lavoro con due note personali. Era il 7 aprile 1963 e mi trovavo ospite di un mio zio ad Argenta (Ferrara), all’ora di pranzo il giornalista annunciò alla televisione: “E’ morto a Napoli l’archeologo Amedeo Maiuri…” Io esclamai: “Ma è nato a Veroli…” Mia zia aggiunse: “Ma no ! è impossibile !…” Poi il giornalista proseguì: “Il professore era nato a Veroli in provincia di Frosinone”. Mia zia romagnola intervenne ancora: “Ma quante persone importanti ha dato la provincia di Frosinone !”. Altra nota personale. Ero studente di seconda media all’inizio degli anni ’50. Eravamo in gita a Pompei in visita agli scavi. Entrammo in gruppo all’ingresso principale vicino alla biglietteria, quando vedemmo a pochi metri di distanza un signore distinto con gli occhiali assieme ad un custode, il quale chiamò un suo collega dicendo: “Venite Pasqua’ ci sta o’ professore ! o’ professore Maiuri”. Così ho conosciuto il prof. Maiuri ! Lo circondammo, lo salutammo, ci spiegò il motivo della sua presenza a Pompei e fu ben felice di sapere che il sottoscritto era di Veroli.