
Luigi Marcocci nasce a Frosinone nel 1797 da Giuseppe (1759-1850) e da Maria Donati, frusinati. La madre era la nipote di G. B. Donati (1715-1792), vescovo di Cervia dal 1766. Il padre Giuseppe era notaio e in Frosinone fu tra i primi ad accogliere le novità provenienti dalla Francia e le idee giacobine; quindi, aderì alla Repubblica romana del 1798-99, appoggiando i due rappresentanti di Frosinone, L. Angeloni (1758-1842) e G. De Matthaeis (1739-1816) e, dopo l’annesione dello stato pontificio all’impero napoleonico, lavorando per il governo della provincia, anche aderendo alla massoneria ed alla carboneria. Ritornato il papa, Giuseppe diventa un sorvegliato, ma lui non tentò affatto di nascondersi, infatti un delatore, nel febbraio del 1820, così scrisse alla direzione generale di polizia: “celebre massone, doveva essere arrestato, è tuttora libero ed agisce contro il governo, orgoglioso esulta insultando i buoni sudditti unitamente a due suoi perfidi figli, uno prete e l’altro secolare”. Giuseppe ebbe anche un altro figlio Nicola (1795-1875), che fu canonico.Anche il Marcocci fu notaio e con il fratello don Nicola seguì l’indirizzo tracciato dal padre, aderendo in Abruzzo alla massoneria nel 1819 e nel 1820 alla carboneria, manifestando sempre il suo pensiero, al punto che verso la fine dello stesso anno fu pubblicamente richiamato ed ammonito dal mons. delegato di Frosinone. L’azione politica del M. deve essere messa in relazione con l’attività patriottica di N. Ricciotti (1797-1844), carbonaro e mazziniano, e dei suoi fratelli, D. Ricciotti (1790-1862) e G. Ricciotti (1794-1827), e dell’altro D. Ricciotti (1803-1869), tutti parenti del M..Sebbene la carboneria frusinate abbia un padre certo in N. Fabrizi (1782-1861) di Torrice, sotto la direzione del Marcocci e di N. Ricciotti questa divenne subito autonoma e, soprattutto, molto numerosa. Luigi Marcocci fu il gran maestro dei “Guerrieri e Seguaci di Pompeo”, e già il nome evocava la repubblica degli antichi romani, il Ricciotti fu il maestro ricevitore e l’obiettivo fu la costituzione. Non così la pensava Nicola Fabrizi, che spingeva per il passaggio della provincia sotto il governo rivoluzionario napoletano. Si organizzò un moto per l’11 gennaio 1821, che per un caso fortuito fallì e, dopo l’arresto di Domenico Ricciotti, i patrioti più compromessi lasciarono la città. Mentre gli altri si ritirarono in Pontecorvo, Luigi si recò in esilio a Teramo, dove aveva proprietà e parenti. Alcuni vennero arrestati e condannati a dure pene, per causa del delatore Michelangelo Benedetti di Falvaterra, il quale fece una dichiarazione spontanea, molto parziale, ottenendo così l’impunità. A questo punto anche il Marcocci ottenne il perdono, dopo aver fatto la sua dichiarazione spontanea (15 ottobre 1822), che evidenziava le responsabilità taciute dal Benedetti, il quale così si ritrovò senza l’impunità e carcerato a Civitacastellana.Dal 1822 al 1831, Luigi e suo fratello, don Nicola insieme al padre, rimasero sottoposti a sorveglianza, ma con la liberazione di Domenico Ricciotti (17 marzo 1830), e con quella di Nicola Ricciotti (6 marzo 1831), si riattivarono. Infatti, nel gennaio del 1832 il mazzinianesimo viene introdotto a Roma, anche grazie alla conoscenza personale che Nicola Ricciotti aveva di Mazzini, ed uno dei tre capi propagatori fu proprio il fratello di questi, Domenico Ricciotti, e da quì passa a Frosinone, come conferma una relazione della polizia pontificia del 1834: “attendono da Frosinone i settari fratelli Marcocci”.Luigi nel 1827 si era sposato con Rachele Cortesi, donna forte e rigida, ma di chiara fede patriottica che, anziché moderare l’azione politica del marito, lo incitò costantemente ed educò i figli alla causa italiana. Questo particolare è contenuto nella memoria presentata dall’accusa come aggravante nel marzo 1861 al processo contro il figlio Francesco Antonio: “si trova dimostrato dal Fisco che il Marcocci appartenga a famiglia compromessa in politica, … , che la fu Rachele Cortesi genitrice dell’inquisito fosse di un’eguale sentire”. Nel 1844 il M. e suo fratello erano attivi tra Frosinone e Teramo, aspettando un cenno da Nicola Ricciotti, ma i fatti della spedizione Bandiera e la morte del Ricciotti bloccarono tutto. Con la Repubblica romana del 1849, Luigi fu eletto all’Assemblea costituente con 2385 voti, e partecipò attivamente ai lavori, così come Carlo Kambo, suo parente. A Roma ritrovò il cugino Domenico. Ricciotti, che era segretario generale della polizia repubblicana. Marcocci. votò a favore della Costituzione, ma con la caduta di Roma, si dovette recare in esilio a Parigi assieme al fratello, mentre i pontifici nella sua città arrestavano per ritorsione il padre, quasi novantenne, insieme al figlio Giovanni Battista. Furono lì raggiunti per brevissimo tempo da Carlo Kambo e da Domenico Ricciotti, ma poi don Nicola passò a New York, fino a quando tutti ottennero il perdono con l’obbligo del precetto politico. Nel 1859 il Marcocci inviò suo figlio Giovani Battista (1832-1860), con alcuni giovani frusinati, alla campagna militare della seconda guerra d’indipendenza e, identicamente, fece l’anno seguente, mandando lo stesso figlio con un altro gruppo di giovani, al fine di ingrossare le fila dei garibaldini al Volturno, ed a Gaeta. Giovanni Battista fu ferito e morì nel tentativo di rientrare in patria, così come il nipote omonimo di Nicola Ricciotti. Nel frattempo a Roma, l’altro figlio di Luigi, Francesco Antonio, andava raccogliendo fondi per sovvenzionare la spedizione garibaldina, ma fu arrestato al suo rientro in Frosinone il 12 maggio 1860. Il 10 settembre furono arrestati anche lo stesso Marcocci, il fratello, la figlia Angela, il genero Cesare Tesori, e a Roma l’altro genero Luigi Gulmanelli, che al dire degli inquisitori era stato “indicato per uno degli attivi fra gli agitatori nelle attuali vicende pel senso ostile al Governo, e da lungo pregiudicato in linea politica”. Tutti invitarono Francesco Antonio a non cedere agli accusatori ed egli si attenne così ad un comportamento assolutamente negativo, come evidenziarono i giudici che lo condannarono il 15 marzo 1861 a dieci anni, di cui ne scontò solo tre e poi fu esiliato (maggio 1863). Ma questo suo atteggiamento, “esso ha radicati i principi della seduzione politica, e non altro gli piacque replicare se non che io non ho niente da rispondere”, salvò da guai peggiori don Gaetano Savi Scarponi, Luigi Gulmanelli e Cesare Tesori.Nel 1867 Frosinone fu occupata dalla colonna di Giovanni Nicotera in appoggio alla azione garibaldina su Monterotondo e Mentana, ma quando questa si ritirò, mancando l’avallo del governo italiano alle operazioni, il Marcocci affidò al fratello la guida dei frusinati da lui organizzati che parteciparono all’azione garibaldina. A seguito di questi eventi esularono sia don Nicola, che passò a Perugia, sia Cesare Tesori, che poi fu perdonato nel marzo del 1870. Con l’unione di Frosinone all’Italia (1870) Luigi Marcocci fece parte della giunta provvisoria della provincia, poi gli fu offerta la carica di sindaco, ma vi rinunziò per l’età, passando la mano al Diamanti. Nel 1875 di nuovo fu invitato a ricoprire la carica di sindaco, ma ancora rifiutò, indicando però il suo candidato in Cesare Tesori. In quello stesso anno morì don Nicola, compagno di tante avventure, al quale non fu concessa dalle autorità ecclesiastiche la cappella dei canonici. Luigi Marcocci morì nel 1880, forse a Perugia, dove il figlio Francesco Antonio era segretario capo della provincia e lo rimase fino al 1903, quando si ritirò, restando nella città umbra fino alla sua morte. Del Marcocci Alessandro Fortuna nel 1910 così scrisse: “questa famiglia, di cui Luigi fu come l’espressione più vivace e combattiva è stata una vera miniera di perseveranti e ferrei combattenti”.