
Licinio Refice, secondo di sei figli, nacque da Luigi Refice e Virginia Valenti, il 12 settembre 1883, a Patrica ( Frosinone ) sulla catena dei monti Lepini, alle falde del monte Cacume ( 1095 ), la montagna dantesca. Fu battezzato dallo zio materno Don Eduardo Valenti, il 18 febbraio dello stesso anno, il quale ne curò anche la formazione culturale, morale e religiosa. Nel 1893 entrò nel seminario diocesano di Ferentino, dove frequentò il ginnasio inferiore e superiore fino al 1898. Il periodo trascorso nel seminario di Ferentino costituisce una tappa importante nella formazione del giovane Refice, perché sotto la direzione dei gesuiti, i giovani, secondo lo spirito ignaziano, erano sottoposti ad una disciplina severa, e ad un tempo educati ad una profonda pietà. oltre che abituati ad uno studio veramente formativo. Proprio in quegli anni era in atto nel seminario una riforma seria nei programmi scolastici, più incisiva ai fini della formazione dei giovani. Il seminario si distingueva anche per altre attività culturali. I giovani seminaristi dedicavano il loro tempo non solo allo studio, agli esercizi di pietà, alla preghiera, alle funzioni e alle cerimonie liturgiche, al canto e alla preparazione dei brani da cantare nel corso delle varie liturgie, ma anche al teatro con rappresentazioni in prosa e in musica, soprattutto prima della Quaresima, dal giovedì alla martedì grasso, per cinque sere di seguito e alla fine di ogni anno scolastico. In questo periodo Refice imparò a suonare il pianoforte e l'armonium in modo provetto. Nella seminario il giovane Licinio trova un buon “humus” nel quale alimenta e affina la sua passione per la musica e il teatro. Dopo cinque anni di ginnasio nella seminario di Ferentino, Refice passò al Pontificio Seminario Leoniano di Anagni per completare gli studi di filosofia e di teologia, ove rimase dal 1898 al 1905. Fondamentale la sua formazione nel seminario di Ferentino anche nel campo musicale. Come si è detto, aveva imparato a suonare vari strumenti musicali, per cui si era creata una certa nomea, che lo aveva preceduto anche nel Seminario Maggiore di Anagni. Dopo aver completato gli studi con la laurea in filosofia e in teologia, Refice il 23 settembre fu ordinato sacerdote nella cappella del collegio Leoniano, il giorno successivo celebrò la prima messa nella chiesa di San Pietro a Patrica con la partecipazione dei familiari e di tutto il popolo. Il vescovo Bianconi, che voleva avere uno specialista in diocesi, nel campo musicale, forse anche su segnalazione del gesuita padre De Santi, inviò Refice a specializzarsi a Roma. E questo era anche il desiderio di Refice: specializzarsi e frequentare i grandi maestri, in primo luogo Lorenzo Perosi che era stato portato a Roma dal Papa Pio X, assieme a P. De Santi, in vista anche della riforma liturgica e musicale (canto gregoriano). Refice voleva ascoltare il grande Perosi, recepire il suo insegnamento, impadronirsi delle tecniche e penetrare quella sensibilità musicale, tipica del grande maestro. Il rapporto maestro-discepolo fu assai fecondo e durò molti anni. In occasione del cinquantenario dell'opera di Perosi " Resurrezione di Cristo", ci fu una cerimonia nel Pontificio Istituto di Musica Sacra, il 23-1-1949, con la partecipazione di molte persone. Refice non poté partecipare, ma inviò una lettera bellissima che fu letta pubblicamente, con la quale descrive con animo struggente il rapporto e la consonanza di ideali tra i due grandi maestri. Stabilitosi a Roma, Refice studiò nelle liceo musicale di S. Cecilia sotto la guida dei maestri Stanislao Falchi e Remigio Renzi. Nelle 1910 si diplomò in composizione ed organo ricevendo il primo premio per l'oratorio " La Cananea ", che fu eseguito nella stessa scuola. Con tale opera Refice mise in mostra le sue straordinarie doti musicali, per cui ricevette prima la nomina di insegnante di armonia, composizione ed estetica musicale nella Pontificio Istituto di Musica Sacra e l'anno successivo nelle 1911 fu nominato direttore della Cappella Liberiana di S. Maria Maggiore. In tal modo Refice iniziò la sua febbrile attività, soprattutto nel campo della musica liturgica ed è praticamente impossibile seguirlo nella sua vena compositiva, con la quale impreziosì tutti i generi della musica sacra: 40 messe; mottetti; salmi; antifone; inni; litanie; tutte composizioni che rivelano il timbro della sua genialità musicale, assai apprezzate in tutti gli ambienti. La sua attività non si limitò alle sole composizioni di tipo liturgico, ma spaziò anche in altri campi a lui pur sempre congeniali, rivelando una grande creatività, in particolare nella produzione sinfonico-vocale di forma oratoriale. Ricordiamo la "Vedova di Naim" (1914), "Maria Maddalena" (1917), "Il martirio di Sant'Agnese (1919), il cui testo fu composto da Paolo Ferretti, con l'esecuzione e direzione del maestro Bernardino Molinari; "La samaritana" (1930), nel 1934 eseguita ad Aquisgrana; "L'Oracolo" eseguito nell'Angelicum dei frati minori (Milano). Ma il capolavoro di Refice fu senz'altro la " Cecilia " (azione sacra in tre episodi e quattro quadri, sul testo poetico di E. Mucci) con la quale rivelò tutta la sua genialità. Certamente ci andava pensando da tempo alla sua composizione, perché, un giorno, mentre si recava nella chiesa di Santa Cecilia a Roma, avendo incontrato un suo parente Don Mario Simoni, gli disse: " Questa Santa mi affascina, dovrò fare qualche cosa per lei... ". Nel corso della sua composizione, dà precisi ragguagli in una lunga lettera alla maestra di pianoforte, parente e discepola, Lea Valle di Frosinone. Nella 1934 fu rappresentata a Roma nella teatro dell'Opera e successivamente nei teatri più importanti: Argentina, Cile, Brasile, Uruguay, Malta. Specialmente nei paesi dell'America del Sud quando Refice dirigeva le sue opere, gli emigranti Ciociari andavano a fare il tifo gridando: "Viva la ciocia ! Viva la ciocia !". Altra opera importante: " Margherita da Cortona ( leggenda in un prologo e tre atti con libretto di E. Mucci ). Nel gennaio del 1938 veniva rappresentata alla Scala di Milano e fu un trionfo, in seguito nei seguenti teatri: Teatro dell'opera, San Carlo di Napoli (due anni consecutivi); Massimo di Palermo, Teatro comunale di Piacenza, Alfieri di Torino, Liceo di Barcellona, Gaiety Theatre di Dublino. Nelle 1953 iniziò un'altra opera " Il Mago "rimasta incompiuta. Sono degne di memoria altre opere del maestro Refice: "Dantis poetae transitus"; "Missa sancti Ignatii a Laconi"; "Transitus Sanctae Clarae"; "Missa B. Mariae De Mattias"; "Missa pro Defunctis"; "Missa in assumptione B.M.V."; "Martyrium Agnetis Virginis"; "Trittico francescano"; “Oracolo”; "La samaritana", "Emmaus", "Lilium Crucis"; “Pomposia”; e molte altre opere edite ed inedite.Per molte composizioni Refice si recava nel paese nativo, a Patrica. Nella sua casa, che era rivolta verso il Vallone pieno di boschi, sentendo il canto degli uccelli, il suono delle campane, il canto dei contadini, si ispirava. Amava molto la sua terra. Amava trascorrere le feste presso i parenti a Patrica, e a Frosinone. Amava la conversazione a tavola con i familiari. Amava anche la buona tavola. A Frosinone si recava spesso non solo per la visita ai parenti, ma anche per tenervi concerti. È rimasto celebre il concerto tenuto subito dopo la guerra nella sala dell'Amministrazione Provinciale, per iniziativa della Dante Alighieri. Gli fu dato un pianoforte " scordato ". Voleva rifiutarsi di tenere il concerto. Alla fine fu convinto dalle preghiere insistenti di alcuni amici. Non bisogna dimenticare anche il contributo dato da Refice alla riforma della musica sacra, voluta dal Papa Pio X. Così Refice venne a contatto con i personaggi più importanti dell'epoca, fautori della riforma: Perosi, Schuster, De Sancti, Boezi, Casimiri, Dobini, Dagnino, e con altri membri della Commissione Pontificia per l’edizione vaticana dei libri liturgici gregoriani. Tale riforma voluta da Pio X fu realizzata, in pratica con il lavoro dei monaci dell’abbazia di Solesmes per opera dell'abate Guéranger e dei maestri del coro, prima di don Pothier e poi di don Mocquereau. Anche Refice era convinto della necessità impellente della riforma della musica sacra, perché nel corso dei secoli le melodie gregoriane erano state manipolate secondo il gusto estetico dell'epoca. Il Nostro, a questo proposito, ne dava un giudizio assolutamente negativo, affermando: " Verso la metà dell’ 800 la musica sacra in Italia era arrivata alla più desolante decadenza. Tecnica sciatta, volgarità di idee, debolezza di costruzione, assenza di ogni senso mistico, dimenticanza delle finalità sante dell'arte sacra. Teatro, teatro e della più brutta specie ". Come si è detto Refice fece molti viaggi in Europa, in America del Sud e del Nord. L'ultimo fu quello in Brasile nei mesi di agosto-settembre 1954. L'11 settembre era a Rio de Janeiro e assisteva alle prove della sua " Cecilia " nella sala delle prove, seduto su una sedia a braccioli. Mentre il coro cantava la parte: " A morte! A morte! " Refice con la mano batteva il tempo. Ma ad un certo punto una corista si accorse che il braccio del maestro era pendulo e immobile, si precipitò verso di lui per soccorrerlo. Era morto! Fu imbalsamato, messo nella stiva di una nave e portato in Italia. Il 28 settembre 1954 furono celebrate le esequie nella Basilica di Santa Cecilia in Trastevere con grande afflusso di popolo; la salma subito dopo fu traslata e tumulata nel cimitero di Patrica.