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Ricciotti Domenico (1803 -1869)

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Ricciotti Domenico (1803 -1869)
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RICCIOTTIDomenico Ricciotti nacque a Frosinone da Filippo, chirurgo della città, e da Francesca Marcocci il 3 agosto 1803. Studiò in città e poi fu mandato in collegio a Napoli.Durante gli affannosi giorni del 1821, rientrato dal collegio, data la sua giovane età ebbe il ruolo di staffetta tra i suoi cugini, in fuga, e la famiglia. Ma a seguito della morte del padre (1823) la madre lo inviò a Roma per studiare legge nell’archiginnasio dellla Sapienza.Nel 1825 pubblicò una opera che poneva in versi la Bolla di indizione del Giubileo di papa Leone XII: L’Indizione dell’Universale Giubileo recata in versi sciolti da Domenico Ricciotti studente dell’Archiginnasio della Sapienza. E nel 1828 chiese il placet della Segreteria di Stato per la pubblicazione della sua seconda opera, questa volta a carattere giuridico, filosofico, teologico e storico, che affrontava il tema del fondamento degli Stati: Religione e Stato. Non ottenne però il nulla osta e fu sottoposto a censura, così si decise a scrivere un altro libro per evitare guai peggiori e senza essere costretto ad alcuna abiura delle tesi esposte: Cenni sopra alcuni principi di Gian Giacopo Rousseau a danno del Cristianesimo e loro confutazione (1830).Si sposò con Adelaide Belletti, dei nobili Belletti di Cesena e nipote di monsignor Nicola Belletti, amico di Pio VIII e di Gregorio XVI, ed ebbe cinque figli: Giuditta (1832-1913), Alessandro (1833-1855), Ludovico (1835-1896) ed Erminia (1835), Erminia (1838-1911 c.) ed Emma Nicolina (1844-1911).Entrò nei ranghi dei vicepresidenti regionari di polizia e fu prima a capo del rione Trevi e poi dei rioni Sant’Eustacchio e Pigna. Dal 1846 passò alla direzione generale di polizia, come consigliere di monsignor Morandi e dalla fine del 1847 come capo dell’ufficio giudiziario, ovvero quello che oggi corrisponde, nell’ambito del Ministero di Grazia e Giustizia, al ruolo di Direttore Generale degli Affari Penali insieme al ruolo di Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena. Per tutto questo periodo Domenico fu il necessario supporto logistico, avendo aderito alla Giovine Italia, che a Roma era guidata dall’omonimo cugino Domenico ed a Frosinone dai cugini Luigi e don Nicola Marcocci. Ma tra il 1841 ed il 1844 si incontrò più volte con Nicola Ricciotti, e che egli stesso riforniva di documenti, istruzioni ed indirizzi. E quando era impossibilitato a farlo personalmente, lo faceva per tramite della nipote Rosa Ricciotti, la figlia dell’altro Domenico. Dopo l’arresto di Nicola Ricciotti a Marsiglia, egli, di concerto con il cugino omonimo Domenico, provvide ad informare Nicola a Corfù, sempre per tramite di Rosa, con una lettera che dava comunicazione a Nicola Ricciotti della sospensione di ogni tentativo a causa dell’arrivo di numerose truppe pontificie ad Ancona. Tuttavia Nicola si aggregò ai Bandiera e morì in Cosenza.Con la Repubblica Romana del 1849 venne nominato Segretario Generale di Polizia, ovvero Capo della Polizia repubblicana, alle dirette dipendenze del triumviro e ministro degli Interni Carlo Armellini, che era anche il Direttore Generale della Polizia. Alla caduta della Repubblica, malgrado che i francesi lo avessero mantenuto nell’incarico, così come i tre cardinali commissari straordinari di Stato, la commissione di Censura lo inquisì e lo trasferì ad altro incarico, ma raccomandò al cardinale Antonelli di mantenere in quell’importante incarico il Ricciotti, tuttavia il cardinale non ne tenne conto. E così Domenico rifiutò il trasferimento, malgrado l’ultimatum che il cardinale Antonelli, suo antico amico, gli aveva dato, e raggiunse, per qualche mese, Parigi in volontario esilio, per evitare guai peggiori, dove ritrovo i suoi cugini, gli ex deputati costituenti Luigi Marcocci e Carlo Kambo .Per vivere pensò di scrivere due nuove opere in forma di racconto cavalleresco: Storia completa delle giostre, guerre e amori di Paris e Vienna, fedelissimi amanti. Edizione integra in prosa, ricavata da manoscritti originali trovati nella biblioteca di Parigi, per Domenico Ricciotti, che fu pubblicata invece solamente nel 1914 a New York ad opera del nipote omonimo Domenico Ricciotti (1874-1947), così come Il figlio di Genoveffa e la terribile fine di Golo.Nel 1852 rientrò a Roma perchè il Papa lo aveva perdonato e reintegrato nel suo ruolo. Incominciò a pensare di celebrare il centenario dell’opera di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene (1764), con una sua opera, Del giudizio penale per Domenico Ricciotti, ma non riuscì a pubblicarla per la pressante richiesta di inserire l’esplicita condanna dei delitti di carattere politico, e lui costantemente si rifiutò. Tuttavia, dopo i fatti del 1867 (l’attentato alla caserma Serristori e l’eccidio del lanificio Ajani) e sentendosi prossimo alla morte, inserì nel suo testo un capitoletto sul delitto politico, senza condannare una azione politica condotta anche con mezzi militari, ovvero si condannavano le bombe e gli eccidi inutili e sanguinosi che non portano frutti politici, ma soltanto morte. E così nel gennaio del 1869 il libro fu pubblicato con la protezione del cardinale Luigi Luciano Bonaparte, fratello di quel Carlo Bonaparte costituente romano del 1849.Nel frattempo il figlio Ludovico, avendo preso parte con i garibaldini allo scontro di Monterotondo e di Mentana, era riuscito a porsi in salvo a L’Aquila, nello stato italiano e dove divenne giudice, fino a salire tutti i gradi e diventare presidente di Tribunale.Domenico Ricciotti morì nella notte del 10 marzo 1869.Questo Ricciotti è da annoverarsi tra i grandi frusinati dimenticati, e forse il più dimenticato. Il motivo di questo oblio può essere individuato dal suo voler e dover sempre agire in modo assolutamente riservato e coperto. Se fosse stato scoperto il suo ruolo di snodo logistico e di supporto alle attività patriottiche tutte queste sarebbero fallite e molti dei patrioti frusinati, e non solo, sarebbero stati arrestati con conseguenze pericolose. La sua permanenza, per così lungo tempo ai vertici dell’Ufficio Giudiziario della Direzione Generale di Polizia, il suo ostinato rifiuto all’ordine del cardinale Antonelli per un trasferimento, permisero di salvare quanto più possibile la trafila patriottica nello Stato Pontificio, prima e dopo il 1849. Tuttavia egli aveva una grande considerazione per il sistema liberale della democrazia rappresentativa e per il sistema giudiziario e per la certezza del diritto. Non si fidava affatto del giudizio di giudici improvvisati e nel ricordare nel suo centenario l’opera di Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, nel 1864 (pubblicata poi nel 1869) elevò il suo grido: “condannate il reo, non l’innocente”. Un grido che, in molti casi, è valido ancor oggi ed in molte parti del mondo.
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