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Ricciotti Giacomo

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Ricciotti Giacomo
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RICCIOTTILa vita di Giacomo Ricciotti è parallela a quella dei suoi due fratelli: Domenico e Nicola Ricciotti. Anche se i caratteri erano differenti, le vicende familiari erano anche differenti, le conseguenze fisiche, oltre che politiche, furono certamente differenti. Ovviamente, la straripante personalità di Nicola Ricciotti e le straordinarie vicende della sua tormentata vita hanno fatto si che tutto fosse riferito a lui, mentre i suoi due fratelli, sono scomparsi anche dalle memorie frusinati. Giacomo Ricciotti nacque a Frosinone il 7 febbraio 1794 da Luigi e da Angela Ferretti e subito fu battezzato in San Benedetto ed ebbe per padrino Bernardino Mazzocchi, amico di suo padre e capo della insorgenza frusinate antifrancese del 26 luglio 1798. Giacomo fu il più introverso dei figli di Luigi Ricciotti e, forse, fu quello tra i figli che più risentì della morte della madre (1802), quando egli aveva solamente otto anni. Appena possibile si rese autonomo dal padre, cessò di studiare e si mise a far pratica nella bottega di calzolaio di Giovanni Battista Gallina. E così Giacomo riuscì, con il contributo economico determinante del padre, ad aprire una sua bottega di calzolaio. Anche gli atti della chiesa, come le registrazioni parrocchiali, che erano atti pubblici, lo descrivono come il signor Giacomo, figlio del signor Luigi Ricciotti.Il 9 agosto del 1815 si coniugò con Chiara figlia di Sebastiano Zangrilli. Chi celebrò queste nozze, come i battesimi dei due figli, Giovanni Battista e Luigi, e delle tre figlie, Carmina, Rosa e Rosalba, fu don Vincenzo Pio Spaziani, vicecurato di S. Maria, ma soprattutto l’amico di famiglia che sempre seguì le vicende dei tre fratelli Ricciotti cercando di aiutarli.Il carattere duro, introverso e spigoloso non aiutò certo Giacomo, ma il supporto della moglie fu per lui determinante, anche nella sua attività artigiana. Un’altra caratteristica di Giacomo era lo stretto legame che lo univa ai suoi fratelli, non soltanto con Nicola e Domenico. Fuori dall’attività di lavoro si frequentavano tanto assiduamente, che il loro riferimento finì per diventare il caffè di Nicola in via della Pescheria. Proprio questo stretto legame finì per costituire il fondamento della loro comune attività patriottica. I tre fratelli decisero di esercitare al meglio la loro passione per la libertà ed aderirono tutti e tre, nel settembre del 1820 alla carboneria e anche alla stessa massoneria. Questa iniziativa segnò il loro destino, certamente tragico, ma assolutamente sentito come una missione, e vissuto senza mai alcun rimpianto ne loro, ne tanto meno delle loro mogli e dei loro figli.Nella Rivendita di Frosinone a Giacomo fu affidato il ruolo di maestro terribile che sovrintendeva alle iniziazioni e che paventava al neofita tutte le possibili conseguenze che avrebbe il malcapitato subito in caso di tradimento dei buoni cugini. E fu a lui ed a Domenico, suo fratello, affidato il compito di condurre una ventina di frusinati armati, in una casa vicino a porta della Valle, o porta romana, incaricati di suscitare un moto per attirare le guardie lontano dalla porta e così aprirla per far entrare il fratello Nicola, quando sarebbero arrivati il Cesarini ed il Benedetti con i loro uomini. Era la notte tra il 10 e l’11 gennaio 1821 e l’iniziativa, per l’invidia e l’ignavia di alcuni, fallì.A questo punto le vite dei tre fratelli iniziano a divergere, ma sempre restando in stretto rapporto. Domenico il 23 gennaio è sorprendentemente arrestano, invece Giacomo e Nicola, prendendo con se tutto il denaro possibile, fuggirono a Pontecorvo. I due fratelli Ricciotti, nel loro esilio pontecorvese, vissero con quello che si erano portati da casa, ma quando Giacomo terminò il denaro egli, rifiutò il sussidio che il preside di Pontecorvo, aveva concesso a tutti gli esuli frusinati, e quindi lui visse del suo lavoro come calzolaio.Giacomo Ricciotti fu nuovamente col fratello Nicola per affrontare gli austriaci, guidando alcuni frusinati e pontecorvesi per unirsi alle truppe napoletane del Pepe, e questi li nominò sul campo ufficiali delle loro sparute milizie. Ma con la sconfitta di Rieti (7 marzo 1821) non rimase ai due fratelli Ricciotti che rientrare di nascosto nella loro città, cercando di ottenere, come avevano fatto moltissimi loro compagni, il perdono da parte del nuovo delegato apostolico.Monsignor Zacchia si mostrò ben disposto verso i due fratelli Ricciotti. Ma il precedente delegato rimosso, monsignor Brenciaglia, fece numerose pressioni affinchè i due Ricciotti fossero arrestati. Lo Zacchia fece comunicare ai due che provvedessero a consegnarsi alla polizia direttamente a Roma, facendogli sperare la maggior benevolenza possibile, vista la loro spontanea costituzione in carcere; e non si limitò a questo, ma si interessò anche del caso di tutti e tre i fratelli Ricciotti evidenziando alcune attenuanti specifiche di importanza per il processo. Tuttavia il 18 marzo seguente tutti e tre furono condannati a pene veramente esorbitanti.A Giacomo gli fu comminata una detenzione a venti anni di carcere duro e che dal luglio seguente scontò, insieme a tutti gli altri, nella fortezza di Civita Castellana. Il carattere duro, orgoglioso e spigoloso di Giacomo, in quella situazione di grave costrizione e privazione, divenne subito il suo peggior nemico. Si attirò le ripicche dei secondini e l’antipatia del capitano Trulli, comandante del forte. In quel periodo Giacomo si era fatto prestare due libri che poi aveva ricopiato: l’Inca, ossia la distruzione dell’impero del Perù, di uno scrittore francese, il Murmontell; Privati dispiaceri di Napoleone all’isola di Sant’Elena. Questo è contenuto in una nota del 1826.Ma Giacomo era diventato estremamente irrequieto, ed il carcere per lui era divenuta una gabbia insopportabile ed il suo carattere lo portava ad essere sempre più insubordinato, fino a quando i secondini, interpretando con scrupolo gli ordini tassativi del Trulli, per ricondurlo alla sottomissione gli inflissero una quantità di bastonate tali da procurargli molte ferite, le quali a contatto con le catene arruginite, con cui veniva immobilizzato, causarono l’infezione che gli procurò il tetano, portandolo così ad una dolorosa morte. L’unico conforto che ebbe fu la presenza al suo fianco, come sempre, del fratello Nicola, dato che Domenico già dal 1824 era stato trasferito a Roma. In questi casi non bisogna farsi illusioni, sento che il mio ultimo istante è vicino. Lasciamoci da forti. Quando suonerà l’ora del riscatto il mio spirito sarà con te. Se tu dovessi tornare a casa, dì ai parenti e agli amici che son morto per causa della Libertà. Queste furono le ultime parole di Giacomo Ricciotti indirizzate al fratello, e si è visto quale grande effetto ebbero su Nicola, e quale grande convinzione gli diedero per compiere la sua missione di Libertà. Così il 2 giugno 1827 si compì la parabola terrena di Giacomo Ricciotti e fu seppellito la notte stessa nella cattedrale di Civita Castellana.Si è scritto ufficialmente che fosse morto per “pernicioso colera”, ma in realtà morì a causa dell’infezione alle ferite che gli avevano inflitto i secondini.Chiara, la moglie, ormai vedova, si era prima ritirata in una casa con la sorellastra del marito, Vincenza Tiravanti, successivamente tornò dal padre, ma dal 1831 la troviamo a Roma, in vicolo della Volpe, nelle vicinanze del cugino del marito, Domenico Ricciotti, e tramite questi riuscì a trasfersi nelle Marche con i soli due figli, lasciando invece le figlie affidate a suo padre. Dalle Marche poi rientrò un suo nipote, Giovanni Ricciotti, nel 1885, che in Roma ebbe due figli, Giacomo (1888) e Giuseppe (1890), diverrà un importantissimo esegeta biblico, storico ed archeologo, oltre che sacerdote, il quale nella 1a guerra mondiale fu decorato al valor militare.In ogni caso, la famiglia di Giacomo pagò un altissimo prezzo alla libertà ed all’unità italiana.
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