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Ricciotti Nicola

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Ricciotti Nicola
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RICCIOTTINacque l’11 giugno 1797 da Luigi Ricciotti ed Angela Ferretti, in Frosinone. Fin da giovanissimo mostrò un carattere esuberante, il che gli impedì di compiere un corso completo di studi. Infatti la sua famiglia era stata in Frosinone una fucina di avvocati, notai e medici, come appunto lo erano state le generazioni precedenti e come lo era il coevo ramo di suo zio Filippo Ricciotti e degli altri cugini Marcocci. Nicola era anche cugino di Luigi Angeloni (1758-1842), altro importante patriota frusinate. Nicola, insieme ai suoi due fratelli Domenico (1790-1861) e Giacomo (1794-1827), ed al cugino Luigi Marcocci, è a capo dei carbonari di Frosinone ed organizza un tentativo patriottico-costituzionale (11 gennaio 1821), che però fallisce. Fugge a Pontecorvo (Fr.), insieme a Giacomo, mentre Domenico è arrestato dai pontifici. Qui si unisce in qualità di ufficiale all’esercito napoletano di Gugliemo Pepe, partecipa alla presa di Rieti ed alla battaglia di Antrodoco. Sconfitti dagli Austriaci, i due fratelli si consegnarono alla giustizia pontificia, sperando nella clemenza, ma invece furono condannati: Nicola a morte, pena commutata in detenzione dura e perpetua; Giacomo alla fortezza a vita; Domenico a 10 anni di dura fortezza.Nel marzo del 1831 è esiliato in Corsica, dove si affratella, per tramite di ufficiali francesi di estrazione massonica, con Giovanni La Cecilia e con Giuseppe Mazzini; ma alla fine dell’anno è già in Italia, con gli insorti cesenati che resistono agli austriaci: Nel gennaio 1832 è segretamente a Roma, dove introduce il mazzinianesimo, del quale suo fratello Domenico sarà uno dei tre capi.Sempre nel 1832 si trova ad Ancona dove facilita lo sbarco delle truppe francesi, e dove comanda una Colonna Mobile di Volontari. Ma i francesi, imprevedibilmente, lo scaricano e tentano di catturarlo per consegnarlo agli austriaci. Allora si pone in salvo, via Livorno, a Marsiglia nel 1833, dove ritrova Mazzini, ed in questa occasione formalizza la sua adesione alla Giovine Italia. Il ligure sta organizzando un moto in Savoia ed a Genova. E, sempre in questa occasione, incontra per la prima volta Garibaldi e presenzia alla sua iniziazione mazziniana Nel 1834 è di nuovo tra Marche ed Abruzzi, ma il fallimento del moto savoiardo-genovese lo costringe a rifugiarsi nuovamente a Marsiglia. Qui rincontra Garibaldi per la seconda ed ultima volta, prima che questi parta.Nel giugno 1835 è in Spagna come ufficiale dell’esercito spagnolo, grazie ad una “speciale raccomandazione” del ministro della guerra di Parigi e di un generale (forse anche loro suoi “fratelli” nella massoneria) ed è comandante di una squadra di soli italiani aggregati al 1° battaglione franco dei Tiratori di Navarra. Sotto la sua guida militarono uomini come Francesco Anzani, Manfredo Fanti, Enrico Cialdini, Nicola Fabrizi, Giuseppe Ricciardi. Combattè sempre con grande valore: fu ferito e ritornò a combattere; fu anche catturato, ma riuscì a porsi in salvo. Salì tutti i gradi militari fino a quello di maggiore e colonnello comandante di battaglione; fu, quindi, decorato con la Croce, lo Scudo e la Distinzione e con il titolo di Cavaliere. Ma, improvvisamente, nel gennaio 1841 si colloca a riposo dall’esercito spagnolo per riprendere la sua attività patriottica. Rientra segretamente in Italia e corrisponde con i suoi parenti: il fratello Domenico, i cugini gli avvocati Domenico (1803-1869) e Pietro (1800-1870) Ricciotti ed i notai Bernardino Ricciotti (1796-1857) e Luigi Marcocci (1797-1881), oltre al canonico don Nicola Marcocci (1795-1875), tra Roma, Frosinone, Teramo, Ancona e Ravenna. Alla fine del 1843 è a Saragozza, e quindi passa a Parigi da Lamberti; infine, è a Londra da Mazzini il 3 gennaio del 1844. Con lui coordina, come “agente indipendente della Giovine Italia” un moto: in Valtellina ed in Romagna i mazziniani; tra Ancona, Teramo, Frosinone e Roma quelli di Ricciotti; mentre tra Puglia e Calabria la Legione Italiana di Fabrizi. A febbraio parte per Parigi e Marsiglia, con destinazione Livorno, ma viene arrestato a causa di una delazione, e dopo un mese viene espulso dalla Francia. Torna, dunque, a Londra e parte per Malta, dove si raccorda con Fabrizi, infine giunge a Corfù, dove i due Bandiera gli manifestano la loro volontà di agire comunque. Lui vorrebbe trattenerli per inviarli a miglior destino, e pensa di portarli con se; purtroppo il governo pontificio è ormai in allarme, ed invia truppe su Perugia, Ancona e Bologna. Ricciotti viene informato di tutto questo movimento. Pertanto decide che, non riuscendo più a trattenere l’entusiasmo dei Bandiera, lui avrebbe guidato la spedizione. Ma Attilio Bandiera non ci sta; allora Emilio trova la soluzione: Nicola Ricciotti comanderà militarmente la spedizione in quanto è l’ufficiale più alto in grado, ha maggiore anzianità di servizio e perché è l’unico esperto di guerriglia; mentre ad Attilio spetterà il comando politico. Questo doppio comando creerà soltanto confusione e sarà la causa del loro fallimento. Sbarcarono in Calabria alle foci del Neto, furono traditi e dopo due brevi scontri, sulla via di Cosenza, furono tutti catturati. I diciassette superstiti furono subito processati e tutti condannati a morte, ma solo nove furono poi fucilati.Erano le ore 11 del 25 luglio 1844, quando Nicola Ricciotti, gridando “viva l’Italia”, morì colpito da una fucilata alla bocca.Francesco Anzani, incontrando nel 1841 Giuseppe Garibaldi a Montevideo, riferì a questi le gesta spagnole del suo comandante Ricciotti, da Garibaldi già conosciuto. E proprio ad Anzani giunse, forse dalla Spagna, la notizia di quella tragica ed eroica fine. Così Garibaldi fu informato e, quando nel febbraio 1847 gli nacque il suo quarto figlio, lo volle chiamare con il nome di Ricciotti.Emilio Bandiera, nella sua ultima lettera ai suoi genitori, dalle carceri di Cosenza, così descrive Nicola Ricciotti: onore, speranza e conforto dell’Italia derelitta.Ad Anzio, il 22 maggio 1875, Garibaldi spiegò a due importanti cittadini frusinati, Federico Napoli e Giovanni Battista Sodani, che si erano recati dal Generale per ottenere il suo patrocinio per l’elevazione di un monumento al Ricciotti, il perché egli volle chiamare un suo figlio Ricciotti: ad eternare la memoria di Nicola Ricciotti, rude e forte come la sua terra, non bastano i marmi; ed io per averlo sempre con me diedi il nome di Ricciotti ad un mio figlio.E Mazzini che ben conosceva il Ricciotti, sebbene in alcune parti dei suoi scritti abbia tralasciato alcuni dati importanti, ne scrisse il miglior monumento: egli attenne il suo giuramento: disse e fece. … Da quando ei giurò, fino al giorno della sua morte, la sua vita fu una serie di patimenti. E nondimeno ei portava sul volto, quando lo rividi in Londra nel 1844, lo stesso sorriso di pace con sé stesso e cogli altri che i più vecchi amici avean notato nella sua prima giovinezza: la virtù che in altri ha sembianza di lotta in lui s’era fatta natura: né alcuno avrebbe mai potuto indovinar dai suoi modi ch’egli avea per ventiquattrenni patito e s’apprestava, lasciando Londra, a correre i rischi supremi Ma Nicola Ricciotti aveva lasciato il suo cuore a Frosinone, la sua famiglia, sua moglie Rosaria ed i suoi due figli, Vincenzo e Francesco, ai quali scrisse, nel 1835, queste parole che devono essere conosciute da tutti i frusinati, perché sono indiscutibilmente anche indirizzate a loro.Eccomi giunto ad uno dei momenti più tristi della mia vita e forse al più decisivo per me. … il dovere di padre e di buon cittadino non mi permettono di dare esecuzione al mio divisamento senza ricordarmi di voi e senza darvi alcuni precetti ch’io spero vorrete adempiere. Onorate, voi lo sapete, furono le cagioni che, togliendomi alla patria, mi condannarono a languire sulla terra straniera. … Noi siamo martiri della causa italiana, ma il nostro patire prepara alla patria giorni di libertà e di trionfo. … Voi, figli miei,dirizzate sulle mie tracce i vostri passi; fate ch’io abbia il conforto di sapere che lascio in voi degli imitatori, e che l’Italia potrà calcolare su di voi come su di me.
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