
La politica gotica del momento cioè del re Teodato impose in gran fretta l’elezione del suddiacono Silverio, originario della Campania romana (Frosinone), figlio di quell’Ormisda che con la sua saggezza e abilità diplomatica aveva ottenuto la cosiddetta “pace di Ormisda” mettendo fine allo scisma acaciano che era durato 35 anni, ma aveva saputo fare da cuscinetto tra la politica dei Goti e quella dei Bizantini. Fu scelto Silverio anche in ricordo dell’azione politica del padre con la speranza che ne ricalcasse le orme. In realtà divenne la vittima della politica dei Goti e dei Bizantini, ma soprattutto delle tresche di due donne e dell’ambizione senza scrupoli di Vigilio e dell’andazzo dei tempi assai difficili. Non è il caso di parlare qui della diatriba di carattere campanilistico se Silverio sia nativo di Frosinone, di Troia, di Venafro o di Ceccano. La tradizione lo vuole di Frosinone come il padre. Ma che cosa era successo ?Giustiniano aveva riconquistato l’Africa, spazzando via il regno dei Vandali e mirava alla riconquista di tutta l’Italia. Teodato aveva fatto assassinare Amalasunta protetta da Giustiniano, suscitando le sue ire. Questi con la scusa di vendicare Amalasunta preparò la guerra contro i Goti. Belisario nel frattempo sbarcava in Sicilia, occupandola con il chiaro proposito di lì a poco di conquistare tutta l’Italia: con tale operazione avrebbe avuto il controllo anche dell’elezione del papa. Teodato, il quale non aveva le forze sufficienti per bloccare l’esercito imperiale, pensò di inviare un’ambasceria a Costantinopoli con a capo Agapito I, il papa che qualche mese prima a Roma in un sinodo, tra l’altro aveva condannato la prassi seguita fino ad allora da alcuni papi della designazione del successore al soglio pontificio, mentre erano ancora in vita. Il papa accettò di mala voglia l’incarico anche a causa delle ristrettezze economiche del momento. Per procurarsi il denaro occorrente al viaggio, dovette vendere alcuni arredi della Chiesa. Giunto a Costantinopoli, fu accolto con tutti gli onori riservati ai suoi predecessori, ma non riuscì a convincere Giustiniano, affinché rinunciasse alla conquista dell’Italia. Non sappiamo perché non volle avere rapporti col vescovo di Costantinopoli, ma quasi certamente perché questo aveva una spiccata simpatia per il monofisismo assieme all’imperatrice Teodora. Comunque ebbe una piccola soddisfazione: riuscì a farlo sostituire con un monaco di ineccepibile fede ortodossa che lui stesso consacrò solennemente nella Basilica di Santa Sofia a Costantinopoli nel marzo del 536. Ma purtroppo cadde malato e di lì a pochi giorni morì il 22 aprile dello stesso anno. La sua salma in seguito, traslata a Roma, fu sepolta in Vaticano. Queste cose accadevano sul Bosforo. Il re dei Goti Teodato, che attendeva fiducioso l’esito positivo della missione del papa, si trovò spiazzato e corse subito ai ripari. Fece eleggere in gran fretta il suddiacono Silverio, originario della Campania, come il padre Ormisda, anche se una parte del clero era contraria a tale elezione, tuttavia fu costretta ad accettare. Non conosciamo il motivo di tale scelta, ma probabilmente, come giustamente ipotizza il Tancredi, Teodato memore di Ormisda e della sua saggia politica di equilibrio e di mediazione tra i Goti e i Bizantini, sperava che si potesse rinnovare anche con Silverio il miracolo e così bloccare l’esercito imperiale. Purtroppo nel frattempo Belisario era arrivato a Napoli. I tempi a disposizione erano molto ristretti. Teodato fu destituito dai soldati e ucciso mentre si allontanava da Roma. Il nuovo re Vitige non potendo opporsi ai Bizantini per insufficienza di forze, col grosso del suo esercito ripiegò su Ravenna per preparare la riconquista di Roma. Data la vicinanza dell’esercito bizantino, Silverio consigliò il senato di evitare un’inutile resistenza, anzi lui stesso invitò Belisario a venire a Roma, dove entrò il 9 dicembre attraverso porta Asinaria, mentre la retroguardia dei Goti usciva da porta Flaminia. Belisario arrivato a Roma si insediò con la moglie Antonina e il suo stato maggiore in un palazzo sul Celio, dal quale era possibile ammirare gli antichi monumenti, come riferisce Procopio, e diede l’ordine di fare gli approvvigionamenti, di risarcire e rafforzare le mura in vista di un eventuale e lungo assedio. Come Belisario aveva previsto, Vitige ritornò ai primi di marzo del 536 con centocinquantamila uomini e assediò la città per un anno. Intanto all’interno della città si consumava una delle più grandi infamie della storia nella persona del papa. Teodora, moglie di Giustiniano, volendo che fosse reinsediato come patriarca di Costantinopoli il monofisita Antimo, tesseva da lontano le sue trame a danno di Silverio, poiché questi non avrebbe mai accondisceso ai voleri dell’imperatrice, sapendolo legato alla linea di Agapito I. Allora coinvolse nel suo progetto il diacono romano Vigilio, il quale in precedenza era stato designato da Bonifacio II, quale suo successore, ma pur avendo assaporato la gioia della designazione a pontefice, l’elezione non era andata in porto, in compenso però era stato mandato a Costantinopoli come apocrisario, cioè ambasciatore del papa. Fu una persona infida, abile nel doppio gioco, con un’ambizione sconfinata e forse anche priva di scrupoli, qualità negative queste che in oriente si erano raffinate ulteriormente. Vigilio venne a Roma con un piano ben articolato: portava una lettere dell’imperatrice con la quale Silverio era invitato a Costantinopoli per restituire l’ex patriarca Antimo eretico alla sua sede. Allora Silverio capì che per lui sarebbero cominciati i guai e rispose che non era disponibile a restituire alla sua sede l’eretico Antimo. Pertanto l’imperatrice sollecitò Belisario a trovare un pretesto per deporre Silverio, servendosi dell’arcidiacono Vigilio. Dopo quest’ordine il generale Belisario obbedì ai desideri di due donne corrotte l’imperatrice Teodora e la moglie Antonina, accomunate dalla loro dissolutezza e da ignobili natali. Alcuni falsi testimoni, presentati da Antonina e da Vigilio, dichiararono che Silverio aveva mandato un messaggio a Vitige così concepito: “Vieni alla porta Asinaria presso il Laterano e ti consegnerò la città e il patrizio Belisario”. Silverio sentendosi in pericolo si rifugiò nella Chiesa di Santa Sabina sull’Aventino; dietro promessa di immunità fu subito convocato da Belisario nel palazzo dove risiedeva il generale. Silverio si presentò accompagnato dal clero e da Vigilio. Introdotto all’interno del palazzo arrivò nella stanza di Antonina, la quale era sdraiata nel suo letto con Belisario seduto ai suoi piedi. La donna come una furia investì con parole di fuoco Silverio: “Dicci, signor papa Silverio, che cosa abbiamo fatto a te ed ai romani perché tu voglia consegnarci nelle mani dei Goti ?”.Il papa non fu nemmeno ascoltato. Mentre lo apostrofava e lo insultava entrò il suddiacono Giovanni che lo condusse in una stanza vicina, gli tolse il pallio dal collo e le vesti pontificali e lo rivestì con una veste monacale, cioè con una melote, ossia con una pelle di pecora o di capra ! Un altro diacono, Sirio annunciava al clero che il papa era stato trovato colpevole e deposto. Il 29 marzo del 537 il clero dietro ordine di Belisario eleggeva Vigilio come papa di Roma. Il complotto di Teodora aveva raggiunto il suo scopo. “La dispotica ingerenza del generale imperiale negli affari ecclesiastici mostrò abbastanza chiaramente ai Romani quanto la mite signoria dei Goti fosse preferibile al gioco bizantino” (Gregorovius).Silverio fu condotto come semplice monaco a Patara nella Licia ove informò il vescovo locale della sua ingiusta deposizione. Il presule osò presentarsi a Giustiniano e lo rimproverò per la grandissima ingiustizia commessa. L’imperatore ordinò che Silverio fosse ricondotto a Roma per un nuovo processo. Ma giunto in Italia fu consegnato a due messi di Vigilio, il quale non lo fece condurre a Roma, ma lo fece relegare nell’isola Palmaria (oggi Ponza), ove morì di stenti e di fame, e forse anche eliminato in modo violento per suo ordine. Fu sepolto nello stesso luogo della morte. Vigilio si rendeva conto che, finché Silverio fosse rimasto in vita, lui Vigilio era un antipapa. Non poteva correre il rischio di compromettere la sua posizione una seconda volta.