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Sant'Ormisda

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SANT ORMISDALe notizie sulla vita di Ormisda sono piuttosto rare e quasi tutte provengono dal Liber Pontificalis, compilato da un anonimo suo contemporaneo e poi via via aggiornato nel tempo, il quale riferisce sulla Chiesa di Roma e sui suoi vescovi. Altre informazioni ci provengono da fonti diverse. La prima notizia del L. Pont. importante per noi è la seguente: “Hormisda, natione campanus, ex patre Iusto, de civitate Frisinone”. Ormisda campano di nascita (nacque) dal padre Giusto della città di Frosinone. Solo il Ciaconio, dotto spagnolo del ‘500, dopo mille anni (!), lo fa nascere a Venafro nella Campania, avendo confuso, tra l’altro, la Campania romana con la Campania vera e propria o Terra del lavoro, dimenticando o non conoscendo la riforma delle province fatta alla fine del III secolo da Diocleziano, che estendeva la Campania fino ai Castelli romani, esclusa Roma. Nel Medioevo il nome Campania è diventato Campagna e quindi la Provincia di Campagna e Marittima. Per quanto riguarda la dizione “Frisinone” c’è da dire che la tradizione manoscritta del periodo classico, tardo-antico e medievale ci ha tramandato una quindicina di forme. Fino a qualche tempo fa nelle nostre campagne gli anziani in dialetto riecheggiavano alcune di queste forme, Frisinone, Frusinone, Frusolone ecc. Sempre il L. Pont. ci dice che ebbe un figlio di nome Silverio, il quale alcuni anni dopo la sua morte divenne papa, ma non conosciamo il nome della sposa. Forse Ormisda era un diacono sposato con funzioni amministrative e al momento dell’elezione a pontefice era libero dai vincoli coniugali. Sappiamo anche da una iscrizione scoperta nel 1757 che aveva un altro parente (sanguine iunctus) Geronzio, “primicerius notariorum”, cioè ricopriva una carica importante come direttore della cancelleria papale, il quale diede lustro al pontificato di Ormisda. Non sappiamo come e quando decise di abbracciare lo stato ecclesiastico, ma certamente, visto l’amore che ha mostrato per la Chiesa, lo zelo e l’impegno nella sua attività di diacono e poi di papa, la sua scelta deve essere maturata dopo attenta riflessione. Del resto non c’è da meravigliarsi che da diacono sia stato eletto al soglio pontificio, dal momento che altri papi come Gelasio, Simmaco ecc. da diaconi erano diventati vescovi di Roma. Tali procedure non erano rare nei primi secoli della Chiesa. A Milano cattolici e ariani erano in lotta per il possesso di una chiesa. Ambrogio prefetto della città andò per mettere pace; entrò in Chiesa come prefetto e, acclamato dalla folla, uscì arcivescovo ! Probabilmente fu consacrato diacono da Simmaco, al quale resterà sempre fedele anche durante lo scisma laurenziano, quando Roma era segnata da violente diatribe e da lotte sanguinose. Come si è già detto, non è escluso che avesse avuto funzioni amministrative, nell’ambito delle quali ha acquisito un’esperienza preziosa, una profonda conoscenza dei problemi della Chiesa e soprattutto una visione generale della realtà socio-politico-religiosa in cui si trovava a vivere. Nell’esercizio di tali funzioni ha avuto modo di farsi apprezzare per le sue qualità, per il suo equilibrio, per la sua disponibilità, per la sua flessibilità, per la sua intelligenza, per la sua adattabilità pur rimanendo sempre fermo nei principi, sia presso il clero, sia presso le persone della corte di Teodorico (493-526), sia nell’ambiente della corte imperiale. Con questi presupposti, dato il clima rovente di Roma, possiamo anche pensare alla possibilità che papa Simmaco abbia dato delle indicazione circa le qualità del suo successore. Infatti Ormisda saprà barcamenarsi con sapiente diplomazia tra la politica teodoriciana e quella imperiale bizantina. Comunque con o senza l’appoggio di Teodorico, Ormisda fu eletto papa il 20 luglio 514 in un solo giorno, con “summa concordia coeuntes omnes”, con somma concordia di tutti i partecipanti, come dice Anastasio bibliotecario. Questa espressione la dice lunga a proposito della sua elezione a pontefice. Comunque uno dei primi obiettivi del suo pontificato fu quello di riportare la pace e la concordia nella Chiesa di Roma con la composizione dello scisma laurenziano avvenuto a Roma nel periodo del grande scisma acaciano in occasione dell’elezione del successore di Anastasio II (496-498). Si verificarono disordini, violenze e lotte tremende, non tanto per questioni religiose, ma per motivi ideali e interessi politici. Ma che cosa era avvenuto a Roma ?“Da una parte c’era il partito dei lealisti, costituito dalla nuova burocrazia dei funzionari statali, saliti alle alte cariche di corte ed al senato per la sola volontà del re e non per diritto di nascita, che riteneva più proficuo, per il bene della città, collaborare con il re ostrogoto per la creazione di uno stato goto-italico completamente indipendente da Bisanzio. Dall’altra c’era il partito senatorio e degli aristocratici, naturali difensori della continuità della tradizione imperiale-romana che mal sopportava la soggezione alla monarchia gota, barbara ed ariana ed auspicava un ritorno di Roma sotto la diretta dipendenza dell’imperatore cristiano della seconda Roma, esaltato come il vero, legittimo difensore della cristianità e della Chiesa di Roma. Idealità che gli imperatori non mancavano di sostenere con interventi più o meno diretti ed espliciti, i quali inevitabilmente suscitavano la reazione risentita dei sovrani goti che poteva sfociare, come negli ultimi anni di Teodorico, nella eliminazione dei rappresentanti più in vista di questo partito. Dal punto di vista religioso i primi auspicavano una condotta precisa e ben chiara verso l’imperatore ed il patriarca di Costantinopoli sull’esempio di Felice III (483-492) e di Gelasio (492-496) orientata ad affermare l’indipendenza e la superiorità del papa nelle questioni di fede e disciplina ecclesiastica; i secondi invece erano più favorevoli al compromesso religioso con l’imperatore” (C. Noce). Ricordiamo i più noti Albino (524), Boezio (524), Simmaco (525) e poi il successore di Ormisda, Giovanni I, il quale morì in carcere dopo che fu fatto arrestare da Teodorico. Tuttavia la situazione dal 498 si era alquanto decantata, dopo le lotte feroci e i saccheggi dei primi tempi. Però rimanevano latenti ancora gli strascichi, con gli odi di parte, le accuse e altre cose del genere. Comunque essendo morto l’avversario di Simmaco, Lorenzo nel 515, anche i suoi seguaci non avendo più un capo, che era il punto di riferimento concreto, furono presi da resipiscenza e riconosciuti gli errori, fatta pubblica ammenda, furono reinseriti nei loro incarichi. C’è da notare che in precedenza Teodorico aveva ordinato ai seguaci dell’antipapa Lorenzo di restituire tutte le chiese a Simmaco. La politica religiosa di Ormisda tendente al ripristino della pace domestica a Roma fu pagante e di non poca importanza, se il figlio Silverio immortalò il fatto con l’epitaffio sulla tomba del padre: “Hai risanato il corpo della patria lacerato dallo scisma, restituendo alle proprie sedi quelle membra che erano state staccate”. Il L. Pont. fa un’allusione a questo fatto coll’espressione “clerum composuit” riportò la pace nel clero. Questo era il primo risultato della sua politica e della sua azione ecumenica, tendente a riportare la pace in tutta la Chiesa orientale e occidentale con la ricomposizione dello scisma acaciano. Questo è il merito precipuo di Ormisda. E’ stato il papa ecumenico per eccellenza. Ma vediamo più da vicino i suoi rapporti con Teodorico e i suoi prudenti approcci e contatti con gli imperatori d’oriente, presso i quali godé di una stima indiscussa per la sua prudenza, per le capacità diplomatiche, per la politica di riconciliazione, per la sua fermezza nella difesa della fede e dei diritti della Sede Apostolica, sulla scia dei suoi predecessori da Leone Magno e Gelasio I. Con Teodorico stabilì un rapporto di reciproca fiducia, stima e lealtà, per cui anche nelle scelte dei collaboratori e nelle iniziative di carattere politico-diplomatico coinvolgeva lo stesso re per non urtare la sua suscettibilità e ingenerare sospetti. Le delegazioni che dovevano trattare la pace con Anastasio I e successivamente con Giustino erano composte di ecclesiastici graditi al re. Durante le trattative con Bisanzio, Ormisda teneva costantemente informato il re Teodorico, come pure Teodorico teneva continui contatti con Bisanzio. Il problema dello scisma acaciano aveva un aspetto tipicamente religioso che doveva essere risolto da Ormisda, ma aveva altri aspetti di carattere politico che mettevano in sospetto Teodorico stesso, non dimentico delle segrete aspirazioni della corte imperiale al controllo di tutta l’Italia. Subito dopo la morte di Ormisda l’interruzione della collaborazione di Teodorico e il cambiamento di rotta nella politica con la caduta in disgrazia di uomini come Albino, Simmaco ecc. furono determinati non tanto da un comportamento ambiguo della Chiesa, quanto dall’atteggiamento filo-bizantino dell’aristocrazia romana e di alcuni elementi del clero. Ormisda nelle trattative con Bisanzio coinvolse anche l’episcopato d’Italia e il clero di Roma. Arrivate le lettere di pace dell’imperatore Anastasio I, Ormisda inviò una sua prima delegazione con precise direttive. Per capire l’importanza dell’azione politica ed ecumenica di Ormisda, il quale si trovò ad operare in uno dei momenti più difficili nella storia della Chiesa, avendo ereditato una situazione estremamente disastrosa sia a Roma che a Bisanzio, è il caso di riandare all’origine dello scisma acaciano che tenne separate le due chiese d’occidente e d’oriente.Dopo il concilio di Calcedonia (451), che aveva affermato con la formula del papa Leone I “esserci un unico ed identico Cristo in due nature non confuse e non trasformate, non divise e non separate…”, gli imperatori bizantini per salvare l’unità dell’impero cercarono con ogni mezzo di risolvere la questione monofisita. Questo era possibile abbandonando la formula di Calcedonia e ritornando al “solo Nicea” o trovare una formula di compromesso per accontentare i monofisiti. Ma ogni tentativo fallì perché i monofisiti non si lasciarono persuadere, l’unità dell’impero era compromessa e si ebbe una divisione nella Chiesa imperiale e con Roma. I papi difesero strenuamente Calcedonia e questa posizione di difesa intransigente della tradizione rafforzò anche la resistenza in Oriente al monofisismo. Infatti quando l’usurpatore Basilisco (476) fu vinto con le armi dall’imperatore Zenone (474-491), l’ortodossia si trovò in pericolo. Pietro Mongo patriarca di Alessandria d’accordo con Acacio di Costantinopoli preparò un simbolo, con il quale lanciava l’anatema contro Nestorio ed Eutiche, ma anche contro il concilio di Calcedonia e affermava che norma di fede dovevano essere il simbolo niceno- costantinopolitano, i dodici anatematismi di Cirillo e le definizioni del concilio di Efeso (431).Zenone, intromettendosi nel campo religioso, promulgò questa formula di compromesso col nome di Henoticon (formula di unione) (482), che aveva valore di legge dello Stato. Tale simbolo era sostanzialmente ambiguo. Infatti non definendo con chiarezza la formula di Calcedonia “presentava un equivoco di fondo”: era contemporaneamente antinestoriana e anticalcidese. Era in contrasto con la tradizionale posizione cattolica e, di lì a qualche anno, con la teoria gelasiana delle due potestà, per cui il primo (il papa) è indipendente dal secondo (l’imperatore), ma è anche superiore. Nell’intenzione dell’imperatore Zenone l’Henoticon doveva rinsaldare l’unità dell’impero, invece la scissione si aggravò e la formula fu ripudiata sia dai cattolici che dai monofisiti. Pietro Mongo fu allontanato da Alessandria e i fedeli rimasti senza capo si dissero acefali. Quando nel 484 papa Felice III lanciò la scomunica contro il vescovo di Costantinopoli Acacio, con la sua deposizione ci fu la rottura tra Oriente e Occidente. Da qui lo scisma acaciano che durò 35 anni (484-529). Nel contempo il monofisismo si diffondeva in tutto l’Oriente, favorito da quelle forze centrifughe di carattere nazionalistico (vedi Egitto e Siria).Le trattative stabilite tra Roma e Anastasio I (491-518), anche e soprattutto per opera di Ormisda, non ebbero gli effetti voluti a causa delle simpatie del sovrano verso il monofisismo. Le polemiche seguitarono per effetto anche della controversia teopaschita, di cui si dirà in seguito. I tempi non erano ancora maturi. Ma Ormisda con i contatti tra le delegazioni e con l’approfondimento delle rispettive posizioni favoriva un clima di fiducia. Solo con la quinta delegazione sotto il nuovo imperatore Giustino (514-523), consigliato dall’intelligente nipote Giustiniano, dopo l’esito positivo delle trattative, fu possibile avere la cosiddetta pace di Ormisda il 31-3-519 e ripristinare l’unione tra la Sede Apostolica e l’Oriente. Ormisda mandò la quinta delegazione a Costantinopoli con la formula di unione (Formula Hormisdae o libellus professionis fidei Hormisdae). Ormisda ottenne tali risultati per opera della sua saggia azione diplomatica, come si evince dalle lettere scambiate con il nuovo imperatore Giustino e la moglie Eufemia. Infatti Giustino eletto dai soldati e dal popolo e dotato di un senno naturale, seguace dell’ortodossia voleva l’unità dell’impero con la pace. Pertanto abrogò l’Henoticon e stabilì buoni rapporti con Roma. Ad Ormisda interessava l’unità della fede e la pace. Scrivendo ad Eufemia mostra un fine sottile tatto diplomatico e nello stesso tempo conoscenza della psicologia femminile: “Procuri la clemenza religiosa del vostro sposo che i vescovi assieme a noi si degnino di manifestare la loro fede sottoscrivendo il libellus da noi inviato…”. Ormisda così rispose alla lettera di Giustino del 1° agosto 518: “La Chiesa Cattolica confida di trovare finalmente il riposo della pace dopo tanta tribolazione per la discordia… per opera vostra sta per spuntare l’alba della concordia delle Chiese… sperando di dare ampia risposta alla vostra clemenza sui singoli problemi che riguardano l’unità della Chiesa”. Alla lettera di Giustino del 7 settembre 518 così risponde Ormisda: “Tutti sanno la causa della divisione, ma tutti conoscono anche il mezzo per ritornare alla vera fede, poiché questa è chiaramente espressa nel Libellus che vi ho inviato”. Finalmente il 22 aprile 519 poté annunciare ad Ormisda che il patriarca di Costantinopoli Giovanni con il suo clero ha sottoscritto senza riserve il “libellus fidei” inviato dal papa e che “tutti concorrono a gara per unirsi ai desideri del papa e di Giovanni”.Con tale atto si riconoscevano il simbolo calcedonese e le lettere dogmatiche di Leone Magno, inoltre si lanciava l’anatema contro i capi monofisiti Nestorio, Eutiche, Dioscoro e i loro seguaci e i loro nomi furono cancellati dai dittici. Ormisda con la sua perseveranza, con la chiarezza delle proposte e con la sua inflessibilità nei principi ha salvaguardato la dottrina teologica sulla natura di Cristo, “non priva di conseguenze anche sul piano ecclesiologico”, l’unità della Chiesa e l’indipendenza della religione dalla politica. E’ stato un grande papa e per di più ecumenico. Nel Libellus si affermava che in base alla promessa di Cristo: “Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia Chiesa”, nella Sede Apostolica di Roma la religione cattolica si era conservata sempre senza macchia, inoltre vi veniva espressa la subordinazione e l’obbedienza alle decisioni della Chiesa di Roma (riconoscimento del primato del papa). Tale formula sarà in seguito usata e citata anche nella Constitutio de Ecclesia Christi can. 4° del Concilio Vaticano. Il vescovo di Costantinopoli Giovanni II con tutti i vescovi greci firmarono e lo scisma veniva ricomposto. Altri momenti significativi del pontificato di Ormisda. Nonostante la controversia orientale Ormisda mostrò vivo interesse anche per l’occidente, Gallia e Spagna, con interventi di carattere disciplinare e organizzativo come si evince da alcune lettere, tanto più che in Spagna la situazione politica aveva un carattere particolare con i Visiogoti ariani. C’è poi la questione teopaschita. Nell’estate del 519 Ormisda ricevette la visita di alcuni monaci orientali della Scizia, provenienti da Costantinopoli, i quali da una parte volevano denunciare alcuni atteggiamenti nestoriani del diacono Vittore della medesima città e dall’altra desideravano l’approvazione della formula cristologica: “unus de Trinitate passus est carne” (uno della Trinità ha patito nella carne). Tali monaci godevano della protezione del loro conterraneo Dionigi “il Piccolo” (exiguus), il quale si trovava a Roma. Questi monaci non avendo avuto soddisfazione da parte della legazione pontificia a Costantinopoli a causa della questione acaciana si erano appellati al papa. Tale formula, arrivata a Costantinopoli di per sé non era eretica, ma poteva dare adito facilmente ad interpretazioni eretiche. Ormisda temporeggiò. Poiché i monaci con insistenza volevano l’approvazione ufficiale della formula, nel 521 Ormisda oppose la sua formula: “Una delle tre Persone Divine ha patito secondo la carne”. Ormisda ebbe tale sollecitudine ed amore per la Chiesa d’oriente, che incaricò il dotto monaco scita Dionigi “il Piccolo” di tradurre dal greco in latino gli atti dei sinodi, di modo che in Occidente si potesse conoscere il vero pensiero dei padri orientali. Tali atti non ci sono pervenuti, ma in una lettera Dionigi riferisce di aver portato a termine il lavoro. Dionigi per primo introdusse la nuova cronologia computando gli anni dalla nascita di Cristo al posto del nome dei consoli e dell’ “Ab urbe condita” degli storici, (dietro suggerimento di Ormisda ?). Durante lo scisma laurenziano i manichei, che furono gli avversari più pericolosi per il cristianesimo, si erano riorganizzati, ma Ormisda li fece processare e mandare in esilio e i loro libri furono bruciati davanti alla basilica di San Pietro. Curò anche la formazione di sacerdoti e diaconi come ci riferisce il L. Pont. Si interessò pure della costruzione di Chiese, del restauro e dell’abbellimento delle basiliche di San Pietro e di San Paolo. Nel giugno del 523 lo raggiunse la consolante notizia della cessata persecuzione contro i cattolici nel regno dei vandali ariani dell’Africa del Nord, in seguito alla morte del re Trasamundo e al ristabilimento della gerarchia cattolica con il richiamo dei vescovi esiliati in Sardegna. Infatti fu proprio il re Ilderico che fece cessare le persecuzioni. Morì il 6 agosto del 523. Il suo corpo fu seppellito sotto il pavimento del portico di San Pietro e sulla sua tomba fu messo un epitaffio composto dal figlio Silverio, nel quale sono delineati i momenti salienti del suo pontificato. Oltre agli atti ufficiali si conservano alcune lettere di Ormisda in due collezioni fondamentali: Thiel: 140 lettere di cui 82 di Ormisda e 67 a lui dirette. Colletio Avellana: 135 lettere: 75 di Ormisda e 60 a lui dirette ecc.
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