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Freccia Chiara

DIALETTO E TRADIZIONE NELLA POESIAdi GIUSEPPE ALESSIO DI  SORA


Oggi più che mai le radici sono fondamentali per non smarrirsi nell'indifferenza di una cultura anonima.

Lo spaesamento, lo sradicamento sono tra gli aspetti più nefasti della globalizzazione del mondo: la normalizzazione planetaria che rischia di cancellare tradizioni e memoria storica.

Ma senza memoria il senso della pienezza e della complessità della vita corre il rischio di andare inesorabilmente perduto.

Se è vero che l'ombra pervasiva dell'omologazione culturale si allarga sempre più fino a condizionare pesantemente la nostra esistenza quotidiana, le iniziative che si prefiggono lo scopo di salvaguardare la memoria più o meno antica del territorio nazionale e locale in cui prevalentemente viviamo e operiamo  rifuggendo, ovviamente, da qualsivoglia logica di carattere localistico  si rivelano tout court operazioni di “resistenza”.

Come nel caso della salvaguardia del dialetto che rappresenta,  per dirla con le parole del poeta Achille Serrao,  l'evidenza verbale di un humus che affonda le radici nell'antropologia dell'uomo.

Il dialetto (è bene ricordarlo e riaffermarlo) è una vera e propria lingua con un suo codice e una sua specifica identità e rappresenta una testimonianza culturale preziosa, capace di stimolare ricerche utili sulle proprie radici, sulla storia locale, sull'architettura, sui toponimi, sugli usi e costumi, sulla fiabistica, sui canti e su quant'altro concerne le forme del passato legate ai luoghi in cui culturalmente e sentimentalmente si è radicati.

Dalle poesie dialettali di Giuseppe Alessio di Sora  (faccio riferimento alla fondamentale silloge denominata Ndocce Campanile, edita nel 1965 dall'Editrice Frusinate) emerge l'immagine di una Frosinone decisamente inattuale, concepita e sentita come una piccola patria.

Anche se in alcune liriche si colgono i primi segni del cambiamento provocato dal disordinato e tardivo processo di industrializzazione (Nen canta chiù la Cosa: l'hau sfiatata/dope millanne i passa ch'era uiua...Che pena fa glie Schioppe! S'è ammutite!), la Frosinone che l'Autore ci descrive nei suoi versi partecipati è quella  esistente prima che lo sviluppo senza progresso (per usare una felice espressione di P. P. Pasolini), avvenuto a partire dagli anni sessanta, modificasse in senso largamente peggiorativo, sia sotto l'aspetto urbanistico-territoriale sia sotto quello antropologico-culturale, la realtà della nostra terra.

La lettura dei versi in dialetto ciociaro-frusinate, attraverso il quale Alessio di Sora, come ogni poeta degno di questo nome, costruisce un proprio personalissimo idioletto,  ci fa scoprire o riscoprire lessemi della tradizione popolare che hanno la capacità di rievocare sensi e sonorità appartenenti a una cultura pre-tecnologica e pre-consumistica.

Questa poesia ci consente di vivere o rivivere emozioni e sensazioni di un'epoca pressoché scomparsa; ci offre la possibilità di rievocare persone e ambienti del passato; ha il magico potere di ricreare i suoni di arcani ritmi legati ai cicli cosmici, al tempo sacro della vita naturale, quando il silenzio costituiva una presenza costante e profonda e lo sguardo sapeva ancora spaziare  (Sta pe' fa notte; guarde da luntane/glie sole che se smorza a piane a piane/derete alle muntagne già appicciate).

Erano altri tempi: tiempe senza paura.

Perché l'individuo non ancora omologato era presente a se stesso e agli altri, ancora in grado di rapportarsi positivamente con il proprio ambiente urbano e naturale.

La poesia di Alessio celebra le copiose acque di un Cosa d'antan, canta fulgidi cieli e campi profumati, mentre Monte Cacume assume titaniche sembianze animate: Quande Cacume/s'agliotta glie sole,/glie ciele a poche a poche/se fa scure.

L'amore è sentito ancora come potenza naturale, istinto e passione, accensione ed ebbrezza dei sensi: Quande la prima spera deglie sole/ce disse che glie giorne steua a nasce,/la notte remanì che 'nchiglie amore;/le uocche ancora steune a cercarse (...) 'Ncima a ne tappete d'erua l'aspettai/gli capiglie de uentanne aglie uiente,/nche gli occhie rusce, senza gli refiate...

Talvolta la poesia solare di Alessio di Sora lascia trasparire  un sottofondo di nostalgia struggente, di lunare malinconia quando si sofferma a registrare l'inesorabile fuga degli anni, il venir meno di amate, familiari presenze.

Il suo lirismo s'intrama di partecipate meditazioni sulla precarietà e sulla problematicità dell'esistenza, sulla dolorosa incombente vecchiaia: Le ucchiarelle/tutte 'nfacuttate/tussenne i ammauglienne/aumarie,/s'abbijne alla Chiesa/piane, piane, pe' l'ulteme preghiere/della uita./Biata giuuntù/che tu nen siente:/ste sone de campane/piane e lente.

 Ma, al di là e al di sopra di tutto, si staglia il campanile avìto, faro inoscurabile, emblema della madre-terra: Gli mare, ciele d'acqua,/è n'atra cosa,/le stelle s'arammirene ucine,/ma a mi me piace a sta/'ncante a ste riu:/basta guardà/'nduccitte campanile.

 

 Amedeo di Sora

 

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